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Alan W. Watts

Spostando l’attenzione dalla psicoanalisi al vasto mondo delle psicoterapie, e dai condizionamenti che possono affliggere il clinico a quelli che porta in seduta il paziente, diversi autori hanno individuato proprio nel lavoro sui condizionamenti l’elemento unificante tra le varie tecniche di intervento. Uno di questi è Alan W. Watts (1978) secondo cui lo psicoterapeuta dovrebbe “aiutare l’individuo a liberarsi dalle varie forme del condizionamento sociale, il che comprende la liberazione dall’odiare questo condizionamento, essendo l’odio una forma di legame al suo oggetto.”; ma Watts ha concepito il lavoro sui condizionamenti anche come elemento che accomuna le psicoterapie con le vie di realizzazione orientali: “Le regole della comunicazione non sono necessariamente le regole dell’universo, e l’uomo non è il ruolo o l’identità che la società gli impone.[…]Le convenzioni della lingua e della legge, dell’etica e dell’estetica, della condizione sociale, del ruolo e dell’identità, e della cosmologia, della filosofia e della religione: questo intero contesto sociale è infatti ciò che fornisce all’individuo il suo concetto di sé, il suo stato di coscienza, la sua stessa sensazione di esistere.[…] La convenzione dell’individuo come agente indipendente e responsabile è fondamentale per quasi tutte le nostre strutture sociali e legali.[…]La maya o l’irrealtà non sta nel mondo fisico ma nei concetti o nelle forme-pensiero attraverso i quali esso viene descritto [sulla dimensione ontologica delle idee può essere interessante cfr. le teorie “memetiche” di Richard Dawkins ne “Il gene egoista”].[Sempre in quest’ottica]la reincarnazione non è vista come la successiva ri-personificazione di un io individuale, e nemmeno di una catena di karma individuale o di un modello di comportamento causalmente connesso. La moltitudine di vite dell’individuo è interpretata come la moltitudine dei suoi rapporti fisici e sociali.”. Prosegue la sua analisi facendo notare come una delle maggiori contraddizioni nelle regole del gioco sociale è che “ I membri del gioco devono giocare come se fossero agenti indipendenti, ma non devono sapere di stare solo giocando. E’ esplicito nelle regole che l’individuo si determini da sé, ma è implicito che lo faccia solo in virtù delle regole. Inoltre, mentre è definito come agente indipendente, non deve essere tanto indipendente da non sottomettersi alle regole che lo definiscono. In questo modo è definito come agente allo scopo di poter essere considerato responsabile verso il gruppo per le “sue” azioni. Le regole del gioco conferiscono indipendenza e allo stesso tempo la sottraggono, senza rivelare questa contraddizione. Questa è esattamente la situazione che Gregory Bateson chiama “doppio legame” (double-bind), in cui l’individuo è chiamato a intraprendere due vie di azione reciprocamente esclusive, e allo stesso tempo gli viene impedito di riuscire a fare commenti sul paradosso [il doppio legame possederebbe anche, come si vedrà nel prossimo capitolo, le caratteristiche di un rimedio omeopatico, nel senso che, quando opportunamente controllato dal terapeuta o dal maestro Zen eserciterebbe un’azione terapeutica sui sintomi prodotti da una causa “simile” (in greco “òmoios”) cioè da doppi legami patogeni].[Altri casi di doppio legame, ovvero manifestazioni apparentemente involontarie] come, per esempio, l’ansia, l’emicrania, la depressione, l’alcolismo, la fobia e la letargia, secondo J. Haley sono strategici, permettendo all’individuo di controllare gli altri senza accettare la responsabilità di fare questo”. Watts conclude che qualora l’intervento terapeutico vada a buon fine “[…]non ci si trova nella posizione di non riuscire a giocare il gioco: lo si può giocare ancora meglio accorgendosi che è un gioco”. Giovanni Liotti (1994) sembra tratteggiare quelli che sono le conseguenze dell’uscita da questo gioco: “La tesi fondamentale è che quanto più abbandoniamo, nella nostra vita e nella nostra esperienza concreta, l’illusione di essere ciascuno un “Io” isolato ed autosufficiente, tanto più ci avviciniamo all’esperienza reale di un sé unitario e di una coscienza continua”.

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