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Conclusioni

Argomenti pregni di conseguenze sia sul piano pratico sia su quello teorico, a cui vorrei appena aggiungere che il problema dell’ego non è esclusivamente individuale, ma per l’intersoggettività che caratterizza la coscienza umana si profila come una condizione che tocca potenzialmente tutti i punti della rete sociale, e chiama in causa il senso di responsabilità dell’individuo che liberando se stesso ha l’opportunità nel contempo di migliorare la Qualità della Vita di ogni altro partecipante alla relazione. Ricerche piuttosto recenti, di Wicklund (1999) e di Pantaleo e Wicklund (2001), indicano che una tendenza generale a percepire e ad usare le altre persone in quanto strumenti (cfr. le già citate posizioni di Heidegger, 1970 e Sekida, 1976), cioè allo scopo di raggiungere con efficienza mete e obiettivi prestabiliti, farebbe parte della reazione di orientamento verso una realtà di tipo univoco contrapposta lungo un continuum psicologico alla tolleranza di prospettive multiple. Anche la necessità di coerenza implicita negli schemi del sé, cui ho già fatto riferimento, prevede che le informazioni disconfermanti siano giudicate inaccurate e che la fonte venga svalutata, precludendo la possibilità di un reale arricchimento nella relazione. Secondo H. Maturana e F. Varela (1994) “[…] ogni volta che ci troviamo in contraddizione od opposizione con un altro essere umano con cui vorremmo convivere, il nostro atteggiamento non potrà essere quello di riaffermare ciò che vediamo dal nostro punto di vista, ma quello di ammettere che il nostro punto di vista è il risultato di un accoppiamento strutturale in un dominio di esperienza valido quanto quello del nostro interlocutore, anche se il suo ci appare meno desiderabile. Quello che resta da fare, allora, è la ricerca di una prospettiva più ampia, di un dominio di esperienza in cui anche l’altro abbia un posto e nel quale possiamo costruire un mondo con lui. Quello che la biologia ci sta mostrando […] è che l’unicità dell’essere umano, il suo patrimonio esclusivo, consiste in questo, nell’attribuirsi un accoppiamento sociale in cui il linguaggio ha un doppio ruolo: da un lato quello di produrre le regolarità proprie dell’accoppiamento strutturale sociale umano, che comprende, fra l’altro il fenomeno delle identità sociali di ognuno; dall’altro quello di costituire la dinamica ricorsiva dell’accoppiamento strutturale sociale, che produce la riflessione che a sua volta dà luogo all’atto di osservare con una prospettiva più ampia , all’atto di uscire da quello che finora era invisibile o inamovibile, permettendo di vedere che come esseri umani abbiamo solo il mondo che creiamo insieme con gli altri [corsivo mio].” Vorrei concludere con le belle parole di Watzlawick (1984) che, una volta di più, vede il superamento dei condizionamenti e la conseguente rinuncia alla propria supremazia nel discorso relazionale come condizione indispensabile per una vera qualità del con-vivere: "Chi sa di non possedere la verità assoluta, ma solo una visione del mondo più o meno adeguata, non può scivolare nella certezza di un fideismo o di una ideologia ed altrettanto non può non aver rispetto per la visione del mondo, diversa dalla propria, di altre persone. [...] Quando arriviamo a capire che noi non sapremo mai nulla di definitivo acquisiamo la premessa per il rispetto della realtà inventata da altri e la tolleranza nei confronti degli esseri umani"