"Non sono le cose in sé che ci preoccupano,
ma le opinioni che abbiamo di quelle cose"
(Epitteto)

Il rapporto tra il soggetto e la realtà

Un punto assolutamente centrale della pratica Zen è che essa interviene nel rapporto tra soggetto e realtà e, stando alle testimonianze dirette, lo modifica profondamente. Anche nella psicologia sociale europea degli ultimi anni l'aspetto che appare emergente è il modo in cui viene considerato al suo interno il rapporto tra conoscitore e conosciuto. Dalla prospettiva costruttivista-interazionista la realtà viene assunta come una costruzione dell'individuo, una costruzione mediata, però, se così si può dire, da schemi e processi di elaborazione dell'esperienza, dai quali, tuttavia, non possono ritenersi estranee né le condizioni socio-culturali dell'esistenza, né le implicazioni di carattere emotivo in esse contenute (Ugazio, 1987). Ne consegue che ogni manifestazione della conoscenza umana non può essere intesa se non come esito di un processo altamente complesso, che riflette sia la estrema articolazione del reale sia la straordinaria complessità psicofisica dei processi mentali. Un processo nel quale, soprattutto dal punto di vista della teoria cognitiva, più aperta, sulla scia di Neisser, all'interazione costruttiva tra soggetto e realtà, convergono in varia misura, e a diversi livelli, molteplici aspetti dell'esperienza, mentale, fisiologica, situazionale, culturale ecc. Sembra possibile individuare, come componenti di questo processo, quei nuclei di stabilità, ossia invarianti delle procedure mentali di elaborazione dei dati dell'esperienza, che costituiscono il solido ma pressoché esclusivo fondamento delle ricerche del cognitivismo "puro", lo human information processing. Secondo questa prospettiva i "mattoni di costruzione dell'attività conoscitiva" (Rumelhart, 1978) sono gli schemi, da intendersi in generale come le "unità organizzative della memoria" (Norman, 1979). Essi sono gli elementi fondamentali da cui dipende tutto il processing dell'informazione, che da essi è guidato: infatti vengono utilizzati nel processo di interpretazione dei dati sensori (sia linguistici, sia non linguistici), nel recupero dell'informazione della memoria, nell'organizzazione delle azioni, nella determinazione degli scopi e dei sottoscopi, e nella destinazione delle risorse cognitive (Bobrow e Norman, 1975; Rumelhart, 1978). Sono da concepirsi come "strutture di dati" (cioè insiemi di conoscenze e di associazioni fra conoscenze) che servono a rappresentare le nozioni generiche conservate in memoria, vale a dire quelle più complesse e che si riscontrano con maggiore frequenza (Rumelhart e Ortony, 1977; Thorndyke e Hayes-Roth, 1979). In questo senso, gli schemi sono simili agli stereotipi o ai prototipi dei concetti che rappresentano (Rosch e Lloyd, 1978). Questi presupposti costituiscono la cornice teorica entro cui operano molte psicoterapie cognitive, e mi riferisco in particolare alle terapie razionalistiche di Beck e di Ellis, caratterizzate da una visione piuttosto “autopoietica” dei condizionamenti mentali, in apparente antitesi con i pilastri del costruttivismo. Il punto di partenza comune di questi due autori, infatti, è l’assunzione di una realtà ‘data’, indipendente da ogni osservatore e l’isomorfismo fra le strutture conoscitive dell’individuo e quelle della realtà esterna. Ho impiegato poc’anzi l’aggettivo “autopoietico”; il termine "autopoiesi" deriva dal greco "auto" (sé) e "poiesis" (creazione) ed è stato utilizzato da H. Maturana e F. Varela (1984) per indicare quella che per loro è la caratteristica fondamentale di sistemi viventi e cioè il fatto di possedere una struttura organizzata capace di mantenere e rigenerare nel tempo la propria unità e la propria autonomia (“chiusura operazionale”) rispetto alle continue variazioni dell'ambiente circostante, tramite la creazione delle proprie parti costituenti, che a loro volta contribuiscono alla generazione dell'intero sistema. Ciò nondimeno Maturana e Varela sono annoverati tra gli autori costruttivisti; a rendere originale il loro contributo è probabilmente l’influenza di quelle concezioni di stampo connessionista grazie a cui hanno costruito macro-modelli di pertinenza non già unicamente biologica . Analogamente l’antitesi cui accennavo tra il cognitivismo di Beck ed Ellis ed il costruttivismo potrebbe essere in qualche modo ridimensionata; l’autentica differenza, mi pare di capire, risiede nel fatto che secondo questi due autori la costruzione mentale della realtà è un fenomeno possibile e relativamente diffuso, ma relegato pressoché esclusivamente alla sfera patologica (il punto di vista dello Zen, a mio avviso, si avvicina a quello del costruttivismo nel sottolineare la pervasività di certi schemi che si frappongono come un filtro tra l’uomo e la realtà, e a quello del cognitivismo per quanto concerne la convinzione circa il contenuto patologico di detti schemi).Infatti in base alla loro prospettiva la psicoterapia diventa, come per il costruttivista Kelly (v. oltre), un aiuto fornito al paziente per individuare le proprie conoscenze inappropriate e le proprie idee irrazionali, al fine di sostituirle con altre più adeguate. La differenza fra i due fautori delle terapie razionalistiche è che mentre in Ellis prevale un atteggiamento didattico nell’approccio teorico-clinico, in Beck è dato maggior risalto al ruolo della collaborazione terapeutica. Per Beck non è ammissibile un indottrinamento del paziente da parte di un terapeuta visto come il depositario di ciò che è giusto e razionale, in quanto ciò priverebbe la terapia dei contributi correttivi dovuti alla valutazione critica del paziente. E’ invece giudicata utile la sincerità e la trasparenza, così come viene ritenuto moralmente corretto e terapeuticamente efficace che il terapeuta comunichi al paziente, in maniera chiara ed esplicita, i propri principi morali fondamentali, i propri believes. E il compito del terapeuta non sarebbe già quello di indicare al paziente i valori giusti e il giusto modo di vedere le cose, bensì quello di liberarlo da tutti i condizionamenti che limitano la sua capacità di elaborazione autonoma.