E’ possibile superare i condizionamenti mentali?

Se il linguaggio, o meglio, un particolare uso del linguaggio, riveste un ruolo di primo piano nella genesi di determinate forme di condizionamento mentale, sembra altresì possibile in base a quanto attestato dalla secolare esperienza dei praticanti Zen, servirsi di questo strumento proprio per infrangere quelle barriere dietro cui si cela la possibilità di esperire la realtà in maniera diretta, non mediata. Questo radicale cambiamento di prospettiva che interverrebbe su tutte le forme di condizionamento, non solo su quelle che del linguaggio sono controparte, sarebbe reso possibile dai koan, le domande paradossali su cui mi sono soffermato al termine del secondo capitolo. Questa possibilità è supportata tra gli altri da Heine (1994): “L’intento dell’esercizio sui koan è di favorire un processo psicologico che consenta di sopprimere e trascendere la coscienza ordinaria e il linguaggio per realizzare una verità non concettuale senza fare affidamento sulle parole. Ancora, i koan possono essere interpretati come strumenti retorici o simboli letterari che utilizzano appieno le risorse del linguaggio in modi altamente creativi ed originali indicando che le espressioni verbali possono corroborare piuttosto che ostacolare l’ottenimento della liberazione Zen”. Il primo paradosso in cui si rischia di incappare ogniqualvolta viene affrontata la tematica dello Zen, ed in particolare dei koan, è causato dall’apparente incompatibilità tra l’uso del linguaggio a fini informativi, che si presume proprio di ogni trattazione come quella presente, ed il suo impiego “spurio”, volto ad elicitare la profonda trasformazione psicologica di cui sopra, basato sull’assunto che “La verità è inesprimibile attraverso le parole” (Suzuki, 1958).