Evoluzione del concetto di felicità e di Qualità della Vita

La questione della “felicità” accompagna l’Umanità da molto tempo, rivestendo nell’accezione comune una dimensione squisitamente personale e spirituale, e d’altra parte è noto che abbia trovato spazio in quasi tutte le formulazioni filosofiche (Donati, 1984). Più recentemente, in ambito prettamente psicologico, è stata spesso inglobata nel più ampio concetto di Qualità della Vita (Goldwurm, 1995), oggetto di molti dibattiti in Italia tanto a livello scientifico quanto di politica sanitaria, soprattutto per ciò che concerne la definizione degli indicatori che la compongono (Ricci, 2002). Gli studi sulla felicità si sono concentrati in massima parte sui fattori soggettivi (wellbeing) su cui essa poggerebbe. Detti fattori possono essere individuati nella soddisfazione per la propria esistenza, sia in generale, sia nelle singole aree vitali (famiglia, lavoro, sport, amicizia, pensionamento, salute, vita socioculturale, etc.), in contrapposizione ai fattori oggettivi (welfare, come quelli economici, abitativi, e ambientali) che interessano perlopiù altre discipline. Benché la maggioranza degli autori sembri concorde nel ritenere questi due ordini di fattori strettamente interconnessi, io vorrei sottolineare attraverso il presente lavoro l’importanza del riscatto della propria dimensione soggettiva a dispetto di tanti comportamenti di autoprotezione della salute che sono spesso palliativi etero-imposti, e contro una concezione del welfare come causa necessaria ma anche sufficiente di benessere. La soddisfazione cui accennavo poc’anzi, per essere etichettata a pieno titolo come “felicità” dovrebbe essere uno stato psichico a lungo termine, nettamente distinto da emozioni e umori positivi momentanei. Si potrebbe quindi definirla come un sentimento, separato da un giudizio di valore sul proprio stato, sulle proprie condizioni, quest’ultimo riferibile piuttosto alla sfera cognitiva (Lewinsohn et al., 1991). Secondo Argyle (1987), uno dei maggiori studiosi di questa emozione, la felicità è rappresentata da un senso generale di benessere complessivo che può essere scomposto in termini di appagamento in aree specifiche quali ad esempio il matrimonio, il lavoro, il tempo libero, i rapporti sociali, l'autorealizzazione e la salute. La felicità è anche legata al numero e all'intensità delle emozioni positive che la persona sperimenta e, in ultimo, come evento o processo emotivo improvviso e piuttosto intenso è meglio designata come gioia. In questo caso è definibile come l'emozione che segue il soddisfacimento di un bisogno o la realizzazione di un desiderio e in essa, accanto all'esperienza del piacere, compaiono una certa dose di sorpresa e di attivazione (D'Urso e Trentin, 1992).Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la Qualità della Vita (d’ora in poi Q.d.V.) è la “percezione che ciascuna persona ha della propria posizione nella vita, nel contesto della cultura o del sistema dei valori in cui è inserito, in relazione ai propri obiettivi, aspettative, priorità, preoccupazioni”, e, fatto di importanza cruciale, fin dal 1948 questo stesso organismo (all’atto della sua fondazione) si pronunciava sulla Q.d.V., a proposito delle problematiche inerenti la salute, dichiarando che essa dovesse essere qualcosa di diverso dall'assenza di malattia, bensì uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. Emerge la visione del comportamento umano come olistico ed inclusivo della salute fisica, sociale e psicologica (De La Cancela et al., 1998). Ma soprattutto se ne evince che, come la salute non può essere definita unicamente in termini di assenza di sintomi, così il benessere non può essere definito solo dalla mancanza di malessere. Già nel 1984 Bertini sottolineava che era giunta per la psicologia l’ora di abbandonare il vecchio modello medico, al quale si è ancorata in fase di nascita, al cui centro stava ciò che è patologico, malato. D'altronde proprio attraverso la medicina moderna sta diventando sempre più evidente come gli stimoli psicosociali e l'interpretazione che di essi dà il cervello possano modulare il funzionamento immunitario (Schwartz, 1984).Essa orienta sempre più i suoi sforzi verso un'azione che non sia soltanto curativa, ma anche preventiva delle malattie grazie anche alla disponibilità di sempre più adeguate tecniche diagnostiche e di strumenti di prevenzione e di cura ed appare via via più pressante abbandonare l’ormai antiquata dicotomia psiche/soma. Oggi si può forse finalmente attuare una ricerca diretta sulla “felicità” e non solo le tradizionali ricerche sulla psicopatologia o su quell’infelicità da evitare, che si era quasi sempre teorizzata come condizione sufficiente per poter essere felici (Spaltro, 1995).