K. Sekida

Katsuki Sekida (1976), riprendendo e ampliando un’intuizione di Heidegger già citata nel primo capitolo, afferma che la psiche dell’uomo è condizionata in quanto “[…] egli finisce per guardare anche a se stesso nel contesto dell’utilizzabile, perdendo il contatto con quella che è la sua vera natura”. Il concetto è abbastanza chiaro da un punto di vista intuitivo, comunque per rendere meno enigmatica l’espressione “vera natura” si potrebbe ipotizzare che l’autore faccia riferimento ad una scissura nel rapporto ambiente/organismo in cui quest’ultimo entra in auto-contraddizione: come l’enorme e variopinta coda del maschio del pavone è adattiva e disadattiva nello stesso tempo, a seconda che si consideri il fenomeno rispettivamente dal punto di vista della selezione sessuale o della pressione ambientale, così la coscienza sempre più isolata dell’individuo potrebbe essere utile ma anche nuocere all’individuo stesso ed alla sua comunità. Circa la scissura nel rapporto ambiente/organismo, è plausibile che il maggiore imputato di questa divisione sia la cultura, che della coscienza è tanto prodotto quanto artefice , ma c’è anche chi, come Geoffrey Miller (2002), sostiene che la coscienza sia una caratteristica emersa attraverso la selezione sessuale, poiché i comportamenti che da essa sono resi possibili fungerebbero da richiamo più efficace nel corso del corteggiamento. In questo caso il paragone con la coda del pavone sarebbe da intendere piuttosto letteralmente. Riguardo alle modalità con cui i condizionamenti sono implementati nella coscienza Sekida chiarisce: “Quando un pensiero compare nella mente, esso è necessariamente accompagnato da una pressione interna. Anche quando si pensa “oggi è una bella giornata”, nella mente si genera una certa pressione interna, e si sente l’impulso di parlare con qualcun altro e dirgli “oggi è una bella giornata, non è vero?”.[…]L’atto di pensare [per es. “oggi è una bella giornata”] è un atto rivolto all’esterno ed è assorbito nell’oggetto del suo pensiero. D’altra parte l’azione riflettente della coscienza è rivolta all’interno e registra l’azione precedente appena trascorsa […] e di cui il diretto passato è la traccia che ancora si lascia dietro”. Anche Liotti (1994) propone una visione della coscienza come memoria recente: “Noi siamo continuamente immersi nell’atto di ricordare le percezioni e le rappresentazioni mentali che hanno appena avuto luogo, e chiamiamo coscienza tale memoria dell’immediato passato. […][Pertanto] La coscienza è il limite a cui tende la memoria quando il tempo della rappresentazione mentale tende a zero”. Continua Sekida “Con questa azione riflettente della coscienza, l’uomo sa cosa si muove nella sua mente, e che ha una mente; e riconosce il suo essere. Entrambi questi due tipi di azioni della coscienza sono chiamati nen, un termine che […] può essere approssimativamente tradotto con “impulso di pensiero”. I nen si avvicendano l’uno all’altro, di momento in momento, e abbiamo l’impressione che sorgano quasi contemporaneamente. Ma le azioni-nen che occupano la scena della coscienza avanzano una per volta.[cfr. G. Liotti (1994), il quale afferma che la coscienza è un processo sequenziale in cui le informazioni vengono elaborate in successione e lentamente, mentre i processi mentali non coscienti, vedi i nostri primi nen, elaborano le informazioni rapidamente e in parallelo].Possono esservi numerosi impulsi che s’affollano dietro le quinte, bramosi di fare la loro comparsa sulla scena [cfr. il “darwinismo interpretativo” di Daniel Dennet (1995) secondo cui all’interno dell’apparato percettivo e cognitivo del soggetto sono simultaneamente presenti diversi processi, ciascuno dotato di una propria “lettura” della realtà: è all’interno di questa ampia gamma di possibili alternative che avviene la selezione della strada interpretativa ritenuta più efficace, ovvero più adatta a interagire con gli stimoli. Cfr. anche, secondo un altro livello di analisi, il “darwinismo neurale” di Gearld Edelman (1987) secondo cui i neuroni sono organizzati in gruppi che subiscono un processo di selezione capace di determinare gli schemi di connessione anatomica e funzionale. Secondo entrambe le visioni, e in pieno accordo con lo Zen, non esiste nel cervello una cabina di regia centralizzata, o per dirla con le parole dello stesso Dennet, “non esiste uno spettatore del teatro cartesiano”].Il secondo nen, che illumina e riflette il nen immediatamente precedente, a sua volta non conosce niente di se stesso. Quello che diverrà consapevole di questo è un’altra azione riflettente di coscienza che segue immediatamente. Questa azione è un ulteriore passo nell’autocoscienza. Consolida i livelli precedenti. Lo chiameremo terzo nen. Questo terzo nen penserà ad esempio: “So di aver rilevato che stavo pensando che oggi è una bella giornata”. Per amore di semplicità possiamo rappresentare l’apparire di questi nen, in primo luogo, secondo una progressione lineare, con gruppi di primi, secondi, e terzi nen che si susseguono sequenzialmente. Nel nostro esempio del tempo, abbiamo per prima l’osservazione, per seconda la consapevolezza dell’osservazione, e per terzo il riconoscimento di noi stessi che diventiamo consapevoli dell’osservazione. I possibili ulteriori riconoscimenti rientrano tutti in questo contesto di terzi nen, talché la sequenza diviene: primo nen, secondo nen, terzo nen, terzo nen, terzo nen, e così di seguito. Le nostre menti, tuttavia, sono complesse e dinamiche nella loro operazione, e non è possibile rappresentare la vera sequenza dei nostri pensieri con diagrammi così semplici.[…] Durante la progressione dell’auto-consapevolezza, si presentano un altro primo nen e un altro secondo nen come continuazione dell’osservazione originaria. Viene registrato, ad esempio, un mutamento nel vento, oppure una nuova forma nelle nuvole, ed emerge quindi il successivo terzo nen che somma questa osservazione aggiungendola sia alla linea della nuova serie di nen sia a quella dei precedenti terzi nen, ciascuna con una propria linea laterale. In un uomo comune, di solito il terzo nen soffre a causa del suo modello illusorio di pensiero. Si dibatte nell’esser-gettato [cfr. Heidegger in Essere e tempo (1970): “Essendo, l’esserci è stato gettato, cioè non è stato portato nel suo Ci da lui stesso”], considera gli oggetti nel contesto dell’utilizzabilità, si sente continuamente minacciato, è ansioso.[…]Non vorrei dare l’impressione di sminuire l’importanza del terzo nen oppure di condannarlo.[…]Dopo essere stato purificato dei suoi modelli di pensiero illusorio, esso può lavorare in perfetta armonia col primo nen.[…] La restaurazione che lo Zen produce può per certi versi essere paragonata a quella che viene definita riduzione fenomenologica.[…] Husserl dice che “l’Io come persona, come una cosa nel mondo” va eliminato attraverso la riduzione fenomenologica. […] Introducendo l’idea della pratica, Husserl introdusse nel mondo occidentale qualcosa di molto importante.” Il pensiero viene considerato illusorio anche per i preconcetti che può formare riguardo allo stesso io pensante: “Alcuni si chiedono –Chi sono io?- e continuano a lottare senza fine con questo interrogativo. Ma la loro idea presupposta su questo “Io” è il vero fattore che crea il loro mondo ristretto e li spinge in una disposizione d’animo estraniata.”