I koan come esempio di doppio legame

L’importanza dell’effetto sorpresa mi sembra comunque un aspetto che può e che deve essere ridimensionato, anche grazie al contributo di A. Watts (1978). Con quest’autore ho affermato, a proposito dei condizionamenti imposti dalla società, che “le regole del gioco conferiscono indipendenza e allo stesso tempo la sottraggono, senza rivelare questa contraddizione” e che questa situazione è esattamente quella definita da G. Bateson “doppio legame”. Ho anche già accennato come nei koan il doppio legame sia invece terapeutico; inoltre, aggiungo ora, gli elementi che maggiormente lo distinguono dal suo corrispettivo patogeno sono che il maestro non se ne serve per esercitare un controllo sull’allievo e che “esso viene diretto in modo tale da rivelare la sua stessa contraddizione” (ibidem). Pertanto, alla luce di questa citazione, il fattore novità non sembra realmente imprescindibile, e la sua portata può essere senz’altro ridimensionata. Ritengo invece che debba esserlo, perché penso che i paradossi non assomiglino neppure lontanamente a delle formule magiche e occorra riconoscere alla componente linguistica solamente l’importanza che le viene concessa dall’essere un’arma rivolta contro il linguaggio stesso, cercando anche altrove le ragioni dell’efficacia dei koan. Per esempio proprio in quella situazione psicologica in cui Watts ravvisa un doppio legame, su cui è venuto ora il momento di dire qualcosa di più. I doppi legami, o doppi vincoli, sono di norma il prodotto di messaggi conflittuali o contraddittori che vengono reiterati in un ambiente chiuso, in cui cioè uno degli attori, solitamente l’emittente dell’atto comunicativo, detiene il potere emotivo della relazione; allora questa situazione può portare all’incapacità da parte del soggetto più debole di rispondere, e avere tre esiti patologici: 1. L’ebefrenia, in cui si rifiuta il metalinguaggio e ci si limita all’aspetto puramente letterale della comunicazione. 2. La paranoia, in cui si rifiuta il linguaggio e ci si dedica alla continua ricerca di significati reconditi al di là di esso. 3. La catatonia, in cui si rifiutano entrambi i livelli e ci si chiude alla comunicazione mediante l’inattività, fino all’autismo, o tramite l’iperattività. Un esempio di doppio legame divenuto ormai classico è quello che riguarda la famiglia: la madre torna a casa carica di pacchi della spesa (lo scenario di questa teoria è quasi inevitabilmente quello della middle class americana), il figlio di sei anni le si fa incontro, pronto ad abbracciarla. La madre gli dice: "Abbracciami, perché non mi abbracci?", mentre invece questo evidentemente è impossibile, dato che ha in mano i pacchetti. I messaggi conflittuali hanno un andamento molto vario, possono consistere entrambi in messaggi verbali oppure, più spesso, situarsi ad un livello verbale-non verbale, come nell’esempio appena citato. “Si noti, comunque” precisa Odifreddi (2001) “che comportamenti di tipo schizofrenico sono possibili anche nella vita quotidiana non patologica, in reazione a doppi vincoli isolati. Ad esempio, domande imbarazzanti a cui si deve rispondere si possono evadere temporaneamente con risposte letterali (ebefreniche, apparentemente psicotiche) o umoristiche (paranoiche, apparentemente nevrotiche). E qualcosa che si deve, ma non si vuole, fare si può evitare temporaneamente , negandosi o ammalandosi (autisticamente), oppure mostrandosi o dichiarandosi iperindaffarati)”. Addirittura “oltre che apparire come cause scatenanti della schizofrenia, i doppi vincoli possono anche diventarne la soluzione. La terapia proposta da Bateson è infatti quella di prescrivere il sintomo come cura, usando comandi del tipo: ‘Continua a fare ciò che stai facendo’, o ‘Non cooperare’. Essi mutano automaticamente un’attività spontanea in una coatta, cambiando le regole del gioco e ponendo le basi per un superamento della patologia” (ibidem). Analogamente, in tema di gioco Watts (1978) sottolinea che quello in cui s’impegna l’allievo nel momento in cui si chiede “come può il mio io liberare se stesso?” non potrà mai essere vinto e pertanto si rende necessaria una modifica delle regole, ovvero delle sue supposizioni erronee. Il doppio legame terapeutico imposto dai koan agisce perché all’allievo viene chiesto: 1. di mostrare il suo autentico e nudo in presenza di un uomo che rappresenta la piena autorità della cultura, e che è sentito come il giudice più acuto della personalità. 2. Di essere spontaneo in circostanze in cui difficilmente può fare qualcosa senza agire con premeditazione. 3. Di concentrarsi su qualcosa senza pensarci. Inoltre costui: 4. Non può fare commenti sul legame, non solo perché riflettere sul koan non è la risposta, ma anche perché il maestro rifiuterà, in modo anche energico, tutti i commenti verbali. 5. Non gli è permesso di sfuggire al dilemma cadendo in trance (la soluzione catatonica). La risposta tipica ad un doppio legame è però il blocco, quello che in ambito psicoterapeutico si configura come uno dei problemi più frequenti, mentre nel normale corso della vita è limitato ad una breve esitazione prima di un pensiero o di un’azione. Nel lavoro sui koan è “[…] una specie di fallimento ansioso per la premura di vincere o la paura di perdere.[…] Così una parte del gioco del maestro Zen è fare tutto il possibile per bloccare l’allievo, fin quando egli cessa di preoccuparsi se si blocca o no” (ibidem). Ma anche quando un insight viene raggiunto, per quanto esso possa essere intenso e convincente sul momento, svanisce. “Sapendolo, il maestro ha molti altri ‘inganni’ nella manica, e dice: ‘Adesso hai raggiunto una conoscenza molto importante, ma finora hai solo oltrepassato il cancello. Per ottenere la vera conoscenza devi praticare con diligenza ancora maggiore’. Questa è naturalmente un’adulazione per mettere alla prova l’allievo e vedere se capitolerà di fronte ad essa, come in effetti sarà se conserva anche solo il fantasma del concetto che nello Zen ci sia qualcosa da afferrare. Altrimenti l’allievo, se non sente la necessità di studi ulteriori può andarsene. Ma poiché il maestro ha seminato un dubbio nella sua mente, non molto tempo dopo può tornare con le sue scuse, perché fin quando rimane un dubbio su cui volgere la mente l’opera non è terminata. In questo modo il gioco va avanti, mossa dopo mossa, fin quando alla fine l’allievo raggiunge la stessa inattaccabile posizione del maestro e [anziché imparare ad essere se stesso come qualche cosa che si possa fare] impara invece che non può fare nulla per non essere se stesso. Ma questo è solo un altro modo di dire che ha smesso di identificarsi col suo io, con l’immagine di se stesso che la società ha imposto su di lui.” (ibidem)