I koan da un punto di vista logico-formale

Finora i paradigmi di Jakobson e Austin ci hanno consentito di compiere un’analisi pragmatica delle dinamiche comunicative che intercorrono tra maestro e allievo, ma è possibile occuparsi dei koan anche sotto l’aspetto logico-formale, come ha fatto C.Y. Cheng (1973) nel suo articolo "Chan/Zen languages of paradoxes". Questo autore ha innanzitutto ricavato una formula generale sulla quale sarebbero basati la maggior parte dei rompicapo linguistici dello Zen: “P è q se e solo se P non è q, dove q è un qualche predicato appropriato di qualunque significato logico, semantico o pragmatico”. Tra le varie caratteristiche che può possedere “q”, menziona specificamente la “significatività”, l’ “intelligibilità”, la “rilevanza”, l’ “accettabilità” e l’ “applicabilità”. Quasi ogni koan conterrebbe un predicato che ubbidisce ad uno, a qualcuno, o a tutti questi criteri. Lo schema riassuntivo di Cheng si scontra con il principio di non contraddizione su cui è basata la logica aristotelica (se A è uguale a B non può darsi un A diverso da B), che come abbiamo visto nel terzo capitolo è considerata da Fromm (1968) essa stessa un filtro, una forma di condizionamento; d’altra parte le varie caratteristiche di chiarezza che comunque il koan, con l’affermazione di “q”, deve possedere, fanno sì che l’ambiguità sia in buona parte legata alla struttura o al contesto piuttosto che al contenuto. Cheng perfeziona la sua definizione iniziale introducendo quattro tipi di paradosso: 1. Quando nella frase si può rinvenire un elemento di apparente contraddizione che è in realtà una pseudo-contraddizione. Il paradosso è già presente nelle semplici domande. 2. Quando essa contiene una falsa inferenza o un’implicazione fuorviante. Il paradosso è presente sia nella relazione dialogica che nelle domande o nelle risposte. 3. Quando le parole impiegate sono polisemiche ed il maestro gioca sui differenti sensi di un termine. Il paradosso è presente nella relazione dialogica ma non nelle singole domande o risposte. 4. Quando vi è contrasto tra il piano del discorso e le intenzioni di sfondo dell’interrogante. Spesso un singolo koan si attaglia a due o più categorie. Per esempio, la domanda “Qual è il suono di una mano sola che applaude?”, così come la sua originale versione imperativa “Ascolta il suono dell’applauso di una mano sola!”, ricadrebbe tanto nel primo quanto nel terzo caso. Infatti implica, per usare la terminologia di Grice (1975), che l’applauso di una mano sola sia possibile ma anche che non lo sia affatto; secondo Farlow (1983) il contesto della frase dà credito alla sua esistenza mentre la realtà dell’esperienza comune tenderebbe a negarla, e quindi a questo livello ci sarebbe una contraddizione. D’altronde la stessa parola “applauso” può anche denotare quella degenerata ma altrettanto gradita forma di apprezzamento che consiste nel produrre rumore tramite un oggetto stretto in un’unica mano (ibidem) liberando questo livello da qualsivoglia contraddizione; pertanto l’estensione di significato del termine “applauso” chiamerebbe in causa il terzo punto della succitata tipizzazione, mentre la presenza/assenza di contraddizioni rientrerebbe tra le caratteristiche previste dalla prima categoria. Addirittura il koan “Se dici che questo è un bastone, tu affermi questo oggetto. Se non lo chiami bastone, allora lo neghi. Quale altro nome potresti dargli?” potrebbe attagliarsi a tutti e quattro i casi previsti da Cheng. Infatti quando una comunità assegna un certo nome ad un oggetto solitamente non lo fa con l’intenzione di stabilire per esso un criterio di verità o di falsità. Quindi le implicazioni fuorvianti (punto due) “tu non lo devi chiamare bastone” e “tu non puoi non chiamarlo bastone” sono trattate illegittimamente come contraddittorie (punto uno). Queste implicazioni non vengono adoperate per ingannare in malafede l’interlocutore, ma celano una diversa, bonaria intenzione (punto quattro); infine tutto il koan è imperniato sul termine “bastone”, che di per sé non è polisemico, però offre l’occasione all’allievo di interrogarsi sul rapporto tra significanti e significati (punto tre). Esaminiamo ora un koan che origina da uno scambio domanda-risposta tra allievo e maestro. A: “Qual è il principio fondamentale del buddhismo?” M: “Come sono alti questi bambù!” Prese singolarmente queste due proposizioni non presentano alcun contenuto paradossale; il loro abbinamento invece desta naturalmente qualche tipo di perplessità. Poiché la forza del koan è rintracciabile nella relazione dialogica, Cheng lo propone come esempio di terzo tipo. E’ interessante perché più di altri solleva alcune questioni circa l’ “assuefazione” ad un uso non convenzionale del linguaggio, dopo che avevo già trattato dei problemi cagionati dalla divulgazione di queste “trappole” verbali. Farlow (1983) fa notare che il costruttivo potenziale di shock di certi accoppiamenti di frasi sembra essere estremamente vulnerabile alla Legge della Diminuzione dei Ricavi, un principio dell’economia forse meglio conosciuto in Italia come “Legge delle Proporzioni Variabili”, enunciato nel 1924 da Spillman e Lang. Nello Zen ciò si traduce in questo modo: una volta che l’allievo smetta di aspettarsi dal maestro il rispetto della convenzione secondo cui una determinata domanda deve necessariamente essere seguita da una risposta pertinente, l’effetto di certe risposte sarà largamente affidato alla rottura di nuovi modelli convenzionali.