koan e problem-solving

Il tentativo di modificare le regole del gioco, cioè l’agire sulle proprie supposizioni erronee, può essere considerato come una sorta di ristrutturazione cognitiva, analoga per certi versi a quella che il problem-solving contempla per i problemi propriamente detti (Mosconi, 1994) o “problemi ad insight” (Giusberti, 1995).Lo studio dei processi solutori ha infatti condotto alcuni teorici della scuola della Gestalt a ipotizzare la necessità per questa particolare classe di problemi di una riorganizzazione strutturale degli elementi che lo definiscono, in contrapposizione a quanto era stato affermato dalla scuola associazionista (Thorndike, 1906) circa l’apprendimento per prove ed errore nei “compiti”. I koan sembrano decisamente condividere molte caratteristiche della prima classe di problemi, in quanto solitamente producono nell’allievo un profondo squilibrio di pensiero, seguito da una serie di tentativi, senza un ordine necessario, di riorganizzazione dei dati, fino al superamento di un punto critico, di un’impasse (Ohlsson, 1992) legata all’abitudine a certi schemi concettuali. A differenza dei compiti non prevederebbero invece un progresso lineare e graduale verso la meta, né la reiterazione funzionale di comportamenti che in passato si siano rivelati adattivi, quanto piuttosto un’integrazione dell’esperienza pregressa con quella corrente per consentire un adeguamento alle esigenze dell’obiettivo prefissato. Inoltre ipotizzo che i koan, come i problemi e differentemente dai compiti, siano caratterizzati dalla presenza di un “doppio codice” (Mosconi e d’Urso, 1974), uno naturale che veicola rapidamente un’informazione ambigua, incoerente e paradossale, e uno legale, che se opportunamente decodificato rivela una maggiore aderenza di questa informazione alla realtà fattuale nonché il procedimento adottato dal maestro per crearlo. Cogliere quest’ultima opportunità permette, anche se non garantisce, di giungere alla soluzione, in quanto “risolvere un problema corrisponde a disfare ciò che è stato fatto producendolo” (Mosconi, 1990). Un articolo di Kubose e Umemoto (1980) individua altre numerose similarità tra lo studio sui koan ed il problem-solving creativo; entrambi implicherebbero: 1. L’estinzione preliminare di approcci interferenti. La strategia solutoria del problema consente di applicare un solo operatore per volta, anche qualora siano possibili diversi operatori. 2. Effetti di saturazione come risultato di una concentrazione prolungata. 3. L’unificazione di eventi contraddittori. Spesso, come nel caso del paradosso di primo tipo individuato da Cheng (1973), si tratta di pseudo-contraddizioni, determinate da vincoli autoimposti. 4. Una maggiore attività metabolica dell’emisfero destro rispetto a quello sinistro. 5. Processi psicologici comuni. Si tratterebbe in entrambi i casi di situazioni dinamiche , con un’evoluzione temporale scandita da stadi di: 1. Preparazione - in cui viene rappresentata mentalmente la situazione problemica e lo scopo richiesto. 2. Meditazione – la rappresentazione mentale attiva gli operatori opportuni nella memoria a lungo termine e questi ultimi a loro volta vanno ad incidere sulla rappresentazione mediante una sua riformulazione. 3. Illuminazione – chiamata anche “Aha Erlebnis”, cioè “esperienza dell’aha”, espressione di soddisfatta sorpresa di chi compie una scoperta o vede improvvisamente la soluzione di un problema. 4. Valutazione – le fasi che precedono la soluzione sono ora viste come errori, piuttosto che come tentativi indirizzati alla meta; riguardo i risultati ottenuti viene considerata la distanza che separa il superamento dell'impasse e lo scopo. Gli autori ritengono che tanto nell’ambito del problem-solving quanto in quello dello studio sui koan gli stadi di preparazione e di valutazione siano aspetti indispensabili ma spesso sopravvalutati nell’economia dell’intero processo. Nello stadio dell’ ”illuminazione” l’esperienza di risolvere un problema o un koan sarebbe improvvisa e inaspettata. Lo stadio di meditazione prevederebbe giocoforza un allontanamento da qualsivoglia attacco diretto rivolto al problema. Infine il raggiungimento della soluzione risulterebbe positivamente influenzato dall’occorrenza di un qualche evento apparentemente non correlato.