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La concezione fenomenologica di C. Rogers

Come Maslow anche Rogers (1970) ha sempre riposto un'estrema fiducia nelle capacità umane di raggiungere, ferme restando certe condizioni, la realizzazione delle potenzialità (la tendenza attualizzante insita nel nostro organismo). L'accento è sull'aspetto positivo ed evolutivo, sull'uomo che è virtualmente il miglior esperto circa se stesso e tende alla soddisfazione dei propri bisogni così come vengono esperiti all’interno del proprio campo di percezione, sul controllo attivo delle proprie condizioni di vita. Il campo di percezione, entrando in relazione con l’ambiente, inizia gradatamente il processo di differenziazione che lo conduce al sé. Tale sé, così come viene percepito (concetto di sé) influenzerebbe la percezione e il comportamento; in altre parole, il modo di percepire il proprio sé – il sentirlo debole o forte, per esempio – sarebbe in grado di determinare la modalità con cui il resto del mondo viene percepito (Mischel, 1996).Rogers [1959] ipotizza l’esistenza di un bisogno universale di “considerazione positiva”, bisogno che si sviluppa con l’emergere stesso della consapevolezza di sé. Ciò si riflette anche nella pratica clinica, in cui il terapeuta si sforza di essere massimamente non giudicante e non direttivo, quanto piuttosto empatico e di fare una verifica insieme al cliente per essere sicuro che la propria comprensione combaci o corrisponda al suo "mondo interiore". La tecnica dello “specchiamento” permetterebbe al cliente di ricevere qualcosa di più che vedere riflessi i propri "sentimenti e significati personali", qualcosa in più di quanto potesse essere previsto a partire dalla semplice attività di verificare la comprensione. Lo stesso Rogers nel 1986 affermava che le emozioni e i significati personali appaiono più acuti quando sono visti attraverso gli occhi di un altro, quando vengono riflessi. L’individuo ha bisogno di sentirsi accettato e amato, non solo dalle figure significative della sua vita, ma anche da se stesso. La maggior parte delle persone non raggiungerebbe questo adattamento genuino ed ideale ed una piena espressività (ibidem) forse, aggiunge chi scrive, proprio perché il nostro modo di percepire le esperienze è coerente con il concetto di sé. Quest’ultima sarebbe una delle tante forme di pensiero condizionato, a mio avviso e come avrò modo di suggerire con maggiore chiarezza in seguito, e una tra quelle più a rischio di trasformarsi in un circolo vizioso, sicuro ostacolo ad una completa realizzazione psicologica.