Le teorie psicodinamiche

Ripercorrendo brevemente e senza alcuna pretesa di esaustività alcune tappe del cammino della storia della psicologia, vediamo come abbiano affrontato la questione alcuni dei massimi teorici, a cominciare dal padre fondatore della psicoanalisi, Sigmound Freud. Costui, in una delle sue ultime opere, intitolata “Il disagio della civiltà” (1930), decretò abbastanza pessimisticamente che, poiché la vita sociale impone ai propri membri una repressione della libido e dell’istinto di morte e che d’altra parte è impensabile il dominio assoluto del Super Io sull’Es, allora un certo grado di disagio, di infelicità, di sofferenza, di nevrosi è inestricabilmente connesso con la civiltà stessa. Secondo il pioniere della psicoanalisi "L'uomo civile ha scambiato una parte delle sue possibilità di felicità ["Felicità" è per Freud l'esercizio della libertà e prima di tutto della libertà individuale di procurarsi piacere, che comunque è concepito unicamente in termini di allentamento della tensione] per un po' di sicurezza" e anche l’intervento della tecnica psicoanalitica può tutt’al più consentire a quest’uomo di barattare la sua nevrosi con una quotidiana infelicità. I neo-freudiani o post-freudiani hanno avuto il merito, secondo l’avviso di chi scrive, di focalizzarsi sui motivi cosiddetti di ordine superiore, come la curiosità, il bisogno di stimoli e il desiderio per il gioco e l’avventura, raggruppabili in un motivo più generale definito desiderio di competenza, svincolato da altre spinte biologiche come la fame e il sesso. Tra questi psicologi talvolta denominati “dell’Io” mi sembra doveroso citare il tanto controverso Carl Gustav Jung. Con Jung, l'inconciliabile antinomia messa in luce dal suo maestro tra la dimensione pulsionale dell'uomo e la sua inderogabile necessità di essere sociale, si risolve in dialettica. Sarebbe proprio la contraddittorietà che permetterebbe all'uomo, almeno a colui cui è data la possibilità di contenerla e confrontarvisi, di trasformare se stesso e, attraverso se stesso, il sociale. Jung definisce la felicità come un processo, che chiama di “individuazione”, che coinciderebbe con la consapevolezza per l’uomo che ogni suo gesto, ogni sofferenza, ogni lotta ed ogni errore sono momenti indispensabili del proprio processo conoscitivo. Questo atteggiamento sembrerebbe abbastanza in linea con quanto si intende proporre nel presente lavoro, probabilmente anche grazie alla fertile integrazione che questo autore compì in età più matura col pensiero orientale. Ma proprio per questo motivo la posizione di Jung nei confronti della psicologia è particolare e difficile: esiste una notevole differenza di impostazione fra le opere giovanili e quelle più note della vecchiaia; più in regola con il razionalismo scientifico le prime, più vicine ad un terreno filosofico le seconde. Inoltre una notevole varietà di impostazione metodologica caratterizzò sempre tutto il suo lavoro, per cui risulta problematico usufruire delle sue già multiformi idee direttrici attraverso una tecnica univoca e consolidata. Tra i neo-freudiani un’altra figura di spicco, che peraltro verrà più volte citata nel corso del presente lavoro, è Erich Fromm. La sua psicologia lascia largo spazio all’esistenza di sentimenti di natura positiva, come la tenerezza e la capacità di amare al punto che psicologia individuale e sociale tenderebbero a coincidere. L’essere umano potrebbe essere compreso solamente in termini di relazione con gli altri individui -“il desiderio umano per provare l’unione con altri è radicato nelle condizioni specifiche dell’esistenza, che caratterizza la specie umana ed è una delle motivazioni più forti del comportamento umano.” (Erich Fromm, 1993) - e una delle poche strade che conducono alla felicità attraverserebbe uno stadio che consiste nel “trascendere il groviglio del proprio egocentrismo”, fino alla meta dell’ “essere completamente nati” (ibidem, 1957). Questa meta corrisponderebbe al pieno sviluppo della ragione, intesa non come mero giudizio intellettuale, ma come capacità di afferrare la verità lasciando che le cose siano così come sono (parole che riecheggiano quelle di Heidegger).Questo livello di benessere in cui si è superato il proprio narcisismo è quello dell’apertura, della rispondenza, della sensibilità, della lucidità e del vuoto (nel senso dello Zen, di cui è una tematica centrale e su cui avrò modo di soffermarmi in seguito).E infine, benessere significherebbe “rinunciare al proprio Ego, dimettere ogni brama, cessare di andare a caccia della preservazione e del potenziamento dell’Ego, essere e sperimentare se stessi, nell’atto di essere, non in quello di avere, preservare, desiderare, utilizzare” (concetto che approfondirà nel celebre “Avere o essere?” del 1976) e ciò nondimeno “sperimentare me stesso come quell’entità separata che io sono, come l’in-dividuo; […] avere completa disponibilità alla gioia e al dolore” (ibidem, 1957).Questa ricerca di complementarità, a tratti non facilmente distinguibile da un’apparente contraddittorietà, mi sembra ricordi piuttosto da vicino il pensiero di Jung. Purtroppo condividerebbe con quest’ultimo anche una notevole eterogeneità di tecniche di intervento, o come qualche Autore preferisce connotare in termini più positivi "Il suo metodo terapeutico non è caratterizzato da verbose e astratte teorie [...] ma piuttosto dalla sua capacità per una personale e indipendente percezione dei problemi fondamentali dell'uomo". (Funk, 1994) [traduzione dall’inglese mia].