A. H. Maslow e la psicologia umanistica

Gli psicologi umanisti, o della “terza forza” ribaltando le posizioni della psicoanalisi ortodossa e del comportamentismo, hanno in generale evidenziato le componenti sane della persona, la capacità di auto-organizzarsi, di auto-regolarsi, di espandersi, l'attualizzazione delle potenzialità (Jourard & Landsman, 1980). L’attenzione viene rivolta […] alle esperienze individuali di natura immediata, e alle relazioni, agli incontri e alle percezioni attuali in cui la persona è coinvolta (Mischel, 1996), senza per questo tralasciare l’interesse per il processo cognitivo, ossia come queste esperienze, incontri e percezioni siano codificati, mediati e caricati di significato. Per Abraham H. Maslow, uno dei sostenitori più autorevoli della psicologia umanista, (1973) il benessere individuale passa attraverso la gratificazione delle necessità dell'individuo: a partire dai bisogni basilari, fisiologici, a salire attraverso quelli di sicurezza e tranquillità, amore e appartenenza, auto-stima/etero-stima, fino all’auto-realizzazione, anche se a questo termine ha sempre preferito quello di “pienezza umana”. Esso infatti permetterebbe di evitare alcuni fraintendimenti legati alla parvenza di un incoraggiamento verso l’egoismo, l’elusione dei doveri, la negligenza nei legami con la società, il disinteresse verso ciò che non è umano e soprattutto la negazione dell’abbandono dell'io e dell’autotrascendenza. Già nel 1968 affermava che l’uomo, per sua natura, mostra di possedere una spinta interiore verso la pienezza dell’essere e la realizzazione sempre più completa della propria essenza umana, esattamente allo stesso modo in cui, in termini naturalistici e scientifici, si può dire che la ghianda possiede la “spinta” a divenire quercia e che la tigre mostra l’ “impulso” a comportarsi da tigre come il cavallo da equino. I destinatari privilegiati di questa psicologia sarebbero quelle persone silenziosamente disperate, portatrici di un idealismo frustrato, specialmente i giovani. Le necessità dell’individuo possono essere complessivamente distinte in motivazioni carenziali e motivazioni di accrescimento ed il confine tra le due passerebbe attraverso la “pienezza umana” e la restante gerarchia di bisogni. In pratica la persona sana sarebbe quella che è giunta al gradino dell’auto/etero-stima; in caso contrario sarebbe carenzialmente motivato e mostrerebbe ad esempio nelle relazioni interpersonali una certa quota di dipendenza. Precisamente Maslow (1971) afferma che “Questa dipendenza colora e delimita le relazioni interpersonali. Vedere le persone, primariamente, come enti gratificanti dei nostri bisogni è un atto astratto. Non le vediamo come entità complete, come individui unici e complicati, ma piuttosto dal punto di vista della loro utilità”. Mi preme citare e sottolineare questo passaggio perché è piuttosto vicino a quanto asserito dallo studioso e maestro Zen Katsuki Sekida, il cui pensiero citerò con maggiore completezza nel prosieguo del presente lavoro, ed è fortemente correlato con altri interessanti questioni. Sekida, siamo circa in quegli anni (1976), asserisce: “ Nella comune vita quotidiana la nostra coscienza lavora incessantemente per proteggere e mantenere il nostro interesse. Ha acquisito l’abitudine del pensiero utilitaristico, e guarda le cose del mondo come altrettanti strumenti; secondo la frase di Heidegger, le considera “nel contesto dell’utilizzabile”, sicché egli finisce per guardare anche a se stesso nel contesto dell’utilizzabile […] ”.Per coloro (ma non in maniera esclusiva) che hanno oltrepassato la soglia dell’auto/etero-stima, si presenterebbe secondo Maslow uno scenario alquanto diverso, fatto di esperienze acute dell’identità che definisce “peak experiences”, ossia (Mischel, 1996) esperienze culminanti conseguibili nei contesti più vari, per esempio tramite l’apprezzamento estetico della natura e della bellezza, la preghiera, la relazione profonda con gli altri e le attività creative. L’autore si rende però conto che questo genere di manifestazioni interiori solleva il problema della validità esterna, proprio perché il percipiente crede di percepire in modo più autentico e più pieno, non vi è alcuna prova che in realtà egli lo faccia. Se in linea di principio si tratterebbe di problemi semplici per una ricerca correlazionale, in realtà la questione è complessa e circolare, perché è difficile stabilire in quale misura un determinato fenomeno di peak-experience costituisca una profezia di autorealizzazione, secondo la locuzione di Merton. Nella prefazione alla prima edizione di “Verso una psicologia dell’essere” Maslow afferma l’inadeguatezza della scienza attuale di fronte a tali compiti, ma auspica, e trovo questa provocazione particolarmente stimolante, che essa estenda le proprie competenze ai problemi dell’amore, della creatività, del valore, della bellezza, della fantasia, dell’etica e della gioia, anziché lasciarle unicamente nelle mani dei poeti, dei preti, dei profeti o degli artisti. Tra i detrattori Frankl nel 1959 criticò il paradigma dell'autorealizzazione come prevalentemente viziato da soggettivismo, potenzialismo e monadologismo; esso non potrebbe essere oggetto di intenzione. Soltanto quando si allontana da sé e si libera dall'interesse e dall'attenzione centrata su di sé l'uomo conseguirebbe un modo autentico di esistere, ma dovrebbe prima liberarsi dal paradosso che inseguire l’autotrascendenza lo porterebbe in direzione contraria a quella stessa meta.