Felicità e Qualità della Vita secondo la prospettiva occidentale ed orientale

Ogni comparazione clinica muove da un’istanza autoreferenziale: è il clinico occidentale che si arroga il compito e il diritto di giudicare con i propri mezzi e secondo le proprie concezioni quali sono i termini essenziali prescelti per istituire la comparazione stessa. Questi ultimi risentono di quei costrutti profondamente radicati nelle logiche cognitive di una determinata cultura e sono profondamente dipendenti dall’organizzazione sociale generale, dalla storia e dal sistema di valori di quella determinata cultura (Inglese e Peccarisi,1997).Ad esempio troviamo nelle concezioni di Rogers (1961), Maslow (1970), Allport (1961) ed Erikson (1968) che la persona cosiddetta matura è aperta all’esperienza (flessibile, tollerante dell’ambiguità, fiduciosa nel divenire), capace di autoaccettazione (di parlare a se stessa), di auto-oggettivazione (di prendere distanza da se stessa, di decentrarsi), di responsabilizzazione, di reciprocità nei rapporti con gli altri, di mantenere ed espandere il senso dell’identità nel cambiamento, ha una filosofia della vita che dà senso alla sua esistenza, le dà coerenza morale e tolleranza nei confronti degli altri. Com’è facile scorgere però, queste definizioni non sono soltanto ideali, ma ideologiche, cioè riflettono gli ideali (e quindi i valori) di élite alto-borghesi di una società tardo-industriale liberal-democratica (Battacchi, anno ?).D’altra parte anche il mondo orientale ha prodotto modelli di salute mentale che risentono profondamente dell’influenza delle ideologie colà più radicate. Ad esempio in Tibet, che presenta aree in cui approssimativamente una persona su cinque è monaco o monaca e in cui fino all’invasione cinese del 1959 il potere temporale era nelle mani del capo spirituale, chiamato Dalai Lama, è fortissima l’influenza millenaria del buddismo. Secondo la tradizione tibetana di questo complesso sistema di pensiero, che in base alle scuole considerate viene classificato in Occidente, in modo più o meno appropriato, come religione, filosofia o più semplicemente pratica, l’individuo psicologicamente realizzato dovrebbe possedere principalmente queste caratteristiche: la generosità, la pazienza (anche intesa come forza e fermezza), l’entusiasmo, o sforzo energetico, anche per prove molto difficili, la stabilità mentale, o chiara concentrazione, e la saggezza, una profonda intuizione della natura e della causa di ogni sofferenza, il tutto volto a servire gli altri nel modo più efficace e senza ricerca di un tornaconto. Il Dalai Lama stesso ha ampliato la lista delle qualità di questa persona ideale, aggiungendo: fiducia in sé, priva di presunzione od orgoglio; determinazione, priva di bramosia; prudenza, priva di scoraggiamento, e compassione priva di attaccamento. Complessivamente, come nota Daniel Goleman (1991), e non troppo sorprendentemente, aggiungerei io, ne emerge una figura abbastanza simile a quella di un santo, figura che peraltro sembra, quantomeno, debordare dalle definizioni di maturità psicologica esaminate finora. Potrebbe quindi risultare comodo, ma sarebbe intellettualmente pericoloso e fuorviante concentrare la presente analisi comparativa su questi e pochi altri modelli come esemplificativi di due culture, quella occidentale e quella orientale, caratterizzate invece da una notevolissima eterogeneità interna articolata sia in senso spaziale che diacronico. Per lo stesso motivo mi sembra poco convincente l’opera di condensazione compiuta da D. T. Suzuki (1957) che liquida la questione considerando questi due mondi come blocchi monolitici su cui apporre liste di aggettivi contrari: la mentalità occidentale sarebbe analitica, discriminante, differenziale, induttiva, individualistica, intellettiva, oggettiva, scientifica, generalizzante, concettuale, schematica, impersonale, legalistica, organizzatrice, aggressiva, auto-affermativa e disposta ad imporre sugli altri la propria volontà; per contro quella orientale sarebbe sintetica, assolutizzante, integrativa, non discriminante, deduttiva, non sistematica, dogmatica, intuitiva, affettiva, non discorsiva, soggettiva, spiritualmente individualistica e socialmente incline alla vita di gruppo. Pertanto mi sembra indispensabile, prima ancora di considerare differenze e similitudini riguardo al concetto di felicità e di Qualità della Vita in Oriente e in Occidente, esaminare sì lo sfondo culturale, o la “mentalità” come la chiama Suzuki, da cui originano, ma accettando la sfida della complessità che caratterizza ambedue questi mondi.