Richard de Martino

Infine, Richard De Martino, professore di storia delle religioni presso l’università di Kyoto, nel saggio “La condizione umana e il buddhismo zen” (1968) affronta il tema dei condizionamenti nei termini di una componente strutturale della psiche umana, componente che si realizza nella dicotomia soggetto-oggetto o “io”-“me”, sotto-componenti che ho già esaminato trattando del “sé”. Mentre le varie teorie passate in rassegna finora concepiscono i condizionamenti come una sorta di filtro che si frappone tra conoscitore e conosciuto, per De Martino ciò che rende possibile ogni successiva forma di condizionamento coinciderebbe con ciò che rende possibile all’uomo l’essere conoscitore e conosciuto al tempo stesso. In altri termini, il primo e più pervicace condizionamento corrisponderebbe all’autocoscienza.’ un concetto molto forte, radicale, cui ho scelto di dedicare spazio al termine di questo capitolo perché mi sembra la chiave di volta che può sorreggere l’interpretazione di gran parte delle precedenti argomentazioni. E’ quello che personalmente trovo maggiormente condivisibile, perché in forza della propria essenzialità si attaglia straordinariamente allo statuto epistemologico dello Zen, tradizionalmente contrassegnato dalla massima considerazione per la semplicità e l’immediatezza; inoltre mi sembra particolarmente apprezzabile per la possibilità che il suo bagaglio teorico minimo non sia di impaccio a chi volesse dedicarsi alla pratica zen e contemporaneamente trovare sul piano intellettuale un riscontro per quanto va facendo. Scrive De Martino: “La coscienza dell’ego indica un ego consapevole ovvero conscio di se stesso. La consapevolezza di sé è espressa come affermazione di sé, l’Io, o anche, come continuerò a chiamarlo, l’ego. L’affermazione di sé implica l’individuazione di sé, l’ego differenziato e discriminato da ciò che non è lui stesso – l’ ”altro” , o semplicemente, dalla sua propria negazione, “non-io” o “non-ego” [Edelman (1989) suggerisce che sé e non sé siano una realtà fenomenica prodotta rispettivamente dal ricordo di propriocezioni ed esterocezioni; la coscienza scaturirebbe dal confronto di questi due ricordi con le percezioni in corso.]. L’affermazione di sé dunque implica comunque una biforcazione di sé. L’affermazione di sé implica il sé tanto come affermante che come affermato.[…] Quando si dà la coscienza dell’ego, immediatamente si dà l’ego, e quando c’è l’ego, esso è già immediatamente tanto oggetto, quanto soggetto, tanto offerto a se stesso, quanto attivatore di se stesso [cfr. la distinzione tra io e me che fece già nel 1890 William James, secondo cui i bambini arriverebbero molto precocemente a sviluppare una “teoria del sé” riguardo al proprio me, concetto direi anticipatore della T.O.M. tanto in voga oggi]. Un soggetto vivente, attivo, dotato di libertà e di responsabilità, è, nel contempo, un oggetto passivo, dato, destinato, determinato e senza responsabilità. […] E’ questa la situazione iniziale dell’uomo nella esistenza umana, una situazione che potrebbe essere caratterizzata come soggettività contingente o condizionata.[…] Riflessivamente, nella sua soggettività, l’ego può arrivare a formarsi del mondo un’immagine come quella della totalità in cui esso stesso è incluso. Poiché comunque l’aspetto di sé riflesso in quel mondo è un aspetto oggettivo, a sua volta, il mondo così concepito è un oggetto per l’ego, in quanto soggetto che concepisce. Tanto nella consapevolezza diretta, quanto nella concettualizzazione, il mondo è oggetto, dal quale l’ego, come soggetto, resta distante, separato, estraniato. E’ precisamente questo fattore (la dicotomia della struttura soggetto-oggetto) che costituisce l’ambiguità esistenziale, il conflitto, anzi, la contraddizione dell’ego, impliciti nella coscienza dell’ego.[…] Nel suo avere e non avere se stesso e il mondo, nel suo contemporaneo esservi collegato ed esserne tagliato fuori, l’ego è dilacerato da una duplice spaccatura, da una sorta di squarcio che ha origine tanto dal suo interno, come dal suo esterno.[…] L’angoscia relativa alla vita scaturisce dalla necessità di contendere con essa e di risolvere questa contraddizione. L’angoscia relativa alla morte scaturisce dalla possibilità che la vita possa terminare prima che sia stata raggiunta una risoluzione del problema.[…] Il buddhismo Zen verifica che, in ultima istanza e sostanzialmente, non è l’ego ad avere un problema, ma l’ego stesso è un problema. Mostrami chi è colui che è disturbato e sarai pacificato.”