Le radici della mentalità orientale

In Oriente il quadro di riferimento in cui ritrovare il concetto di felicità o di Qualità della Vita non è meno magmatico. Le già citate mutue contaminazioni con l’Occidente culminarono in un periodo d’oro, pur in mezzo a terribili crociate, nel XIII secolo: ne testimoniano dal francescano Giovanni da Pian del Carpine, che scrisse una Storia dei Mongoli, trattando con molto rispetto i buddisti, a Guglielmo di Rubruck, inviato dal re di Francia, sino al famoso Marco Polo che nel Milione esprime la sua ammirazione per la figura del Buddha. Quale che sia stata la portata di questi incontri, mi sembra importante fare ora luce proprio sul Buddismo, che ospita tra le sue varie diramazioni lo Zen, indirettamente oggetto di questo lavoro, e tratteggiare quelli che sono gli altri grandi sistemi di pensiero asiatici, ad esso ineludibilmente collegati. Il Buddismo è stato, per molti secoli, la tradizione spirituale dominante in paesi come l’Indocina, Ceylon, Nepal, Tibet, Cina, Corea e Giappone. Come l’Induismo in India, esso ha avuto una forte influenza sulla vita intellettuale, culturale e artistica di questi centri. Se però l'orientamento dell’Induismo è mitologico e ritualistico, quello del Buddismo è decisamente psicologico. Il suo fondatore infatti, Siddhartha Gautama, vissuto in India nella metà del sesto secolo a.C., non era interessato a soddisfare la curiosità umana su problemi di ordine cosmogonico, circa la natura del divino, o questioni analoghe, ma si preoccupò unicamente delle sofferenze e delle frustrazioni della condizione umana terrena. E’ vero che si appropriò dei tradizionali concetti indiani di maya, karman, nirvana, ecc., ma diede ad essi un’interpretazione psicologica nuova, dinamica e di immediata rilevanza pratica. Questo fa assomigliare la sua dottrina più ad una forma di psicoterapia che ad una metafisica, come da tempo rilevato da innumerevoli autori. Dopo la sua morte il Buddismo produsse principalmente due scuole, la Hinayana, detta anche Piccolo Veicolo, che segue in maniera ortodossa l’insegnamento del proprio fondatore , e la Mahayana, detta anche Grande Veicolo, che presenta un atteggiamento più flessibile, attribuendo maggiore importanza al senso del messaggio che alla sua formulazione originaria. Questa seconda scuola divenne numericamente la più importante e fu quella che ebbe una più larga diffusione geografica, fino a toccare l’Estremo Oriente dove, precisamente in Giappone, assunse il nome di Zen. Diffondendosi in tutta l’Asia, il buddhismo Mahayana venne in contatto con molti popoli di culture e mentalità diverse, i quali lo recepirono ciascuno secondo il proprio punto di vista, elaborando dettagliatamente molti dei suoi aspetti più sottili e aggiungendovi un proprio contributo originale. In questo modo il Buddismo si mantenne vitale nei secoli e si svilupparono filosofie estremamente raffinate e con profonde intuizioni psicologiche. Tuttavia, nonostante l’alto livello intellettuale di queste filosofie, esse non si perdono mai nel pensiero speculativo astratto. L’intelletto è visto soltanto come un mezzo per aprire la strada ad un’esperienza conoscitiva diretta della realtà, al di là del mondo degli opposti e delle distinzioni categoriali. Quando il Buddismo arrivò in Cina, intorno al primo secolo d.C., incontrò una cultura che aveva più di duemila anni. Al suo interno aveva dimorato a lungo un pensiero filosofico articolato fondamentalmente in due aspetti complementari: uno che rifletteva il pragmatismo del popolo cinese e la sua coscienza sociale altamente sviluppata, attenta ai rapporti umani ed ai valori morali; l’altro maggiormente incline al raggiungimento di un livello superiore di consapevolezza individuale e disposto a trascendere il mondo della società e della vita quotidiana. Già nel sesto secolo a.C. questi due aspetti avevano originato altrettante scuole filosofiche distinte, il Confucianesimo ed il Taoismo. Il Confucianesimo era la filosofia dell’organizzazione sociale, del senso comune e della conoscenza pratica; esso introdusse nella società cinese un sistema di istruzione e di rigide regole volte a fornire una base etica per il sistema familiare tradizionale. Il Taoismo, viceversa, si interessava principalmente all’osservazione della natura e al conseguimento della felicità attraverso la condiscendenza verso l’ordine naturale, l’azione spontanea e la conoscenza intuitiva. Queste due tendenze di pensiero furono sempre considerate in Cina non come poli opposti mutuamente escludentesi, ma come aspetti diversi di una sola e medesima condizione umana. Al Confucianesimo tutti riconoscevano una funzione importante nell’educazione dei bambini che dovevano imparare le regole e le convenzioni necessarie per la vita all’interno della comunità, mentre solitamente erano gli adulti a seguire il Taoismo, allo scopo di riacquistare e sviluppare la spontaneità originaria che era stata cancellata dalle convenzioni stesse. L’incontro del Buddismo indiano col pensiero cinese originò un tipo particolare di disciplina mentale che fu chiamata Ch’an, un termine comunemente tradotto con meditazione. Intorno al 1200 d.C. questa filosofia Ch’an fu infine recepita dal Giappone; qui, col nome di Zen, è stata coltivata come tradizione viva fino ai nostri giorni.