La «sfida» di R. De Martino

La natura di “quesito”, “problema”, o “sfida” propria dei koan è rintracciabile anche nelle definizioni che ne offre il già citato R. De Martino (1968).Secondo questo studioso, le cui eloquenti parole ho deciso di riportare fedelmente a chiusura di questo mio lavoro, raggiungere lo stadio dell’ “illuminazione” consentirebbe di “[…] conoscere e afferrare chi sia quell’uno che è al di là dei recessi della ragione, cioè della struttura soggetto-oggetto dell’intellezione.[…] Il desiderio genuino di “risolvere” il koan equivale all’esigenza dell’ego dilacerato e diviso di pervenire alla riconciliazione con se stesso e alla propria realizzazione.[…] L’obiettivo è quello di muovere e di incitare , non semplicemente sul piano noetico, ma soprattutto sul piano affettivo e fisico, e questo nella terminologia del Buddhismo Zen si definisce il “grande dubbio”- e far sì in tal modo che l’ego divenga totalmente ed esistenzialmente, esso stesso, “il blocco del grande dubbio”.[…] La non disponibilità del koan a ricevere soluzione come oggetto da parte dell’ego come soggetto è di fatto quella precisa non disponibilità dell’ego in quanto ego, nella sua bipolarità soggetto-oggetto, a risolvere la contraddizione esistenziale che consiste appunto in quella bipolarità.[…] Il rifiuto di vedere il maestro sorge dall’incapacità dell’ego di affrontarsi nella propria acuta lacunosità ed insufficienza, rispecchiata in modo impressionante dalla sua perfetta realizzazione nella persona del maestro.[…] Il fine perciò sta nel rimuovere tutte le componenti oggettive disponibili – compreso lo stesso corpo – allo scopo di rivelare ed esporre nella sua nuda contraddizione l’autentica struttura soggetto-oggetto dell’ego in quanto tale. Privo di un oggetto l’ego, non più in grado di essere soggetto, diviene esso stesso insostenibile.[…Ma] a differenza dell’ego nello stato che precede il suicidio, il discepolo che disponga di un vero maestro ha davanti a sé la viva certezza di una possibile soluzione al suo problema.[…] La “grande morte” è l’ego che muore a se stesso nella sua radicale negatività. Non riguardabile in alcun senso come un contingente distruggersi o spirare, nichilisticamente, in uno squallido vuoto o nel nulla, questa improvvisa spaccatura, questo improvviso ribaltamento sono, piuttosto, la rottura e l’eliminazione della contraddizione, dell’abisso, dell’aporia. L’annullamento e la negazione della negatività ultima sono, in se stesse, positive. La dissoluzione negativa è nello stesso tempo una risoluzione positiva.[…] Non teoretica, né astratta, tale mancanza di forma è, in Sé, la scaturigine della forma. In quanto priva di forma, essa è in grado, nell’esistenza effettiva, di dar luogo al suo Sé e di esprimerlo in tutte le forme, nonché di essere tutte le forme.”