Le teorie psicodinamiche

 

S. Freud

Per quanto concerne le teorie psicodinamiche, anche Freud aveva inteso la realtà psichica come una particolare forma di esistenza da considerarsi nettamente distinta dalla realtà materiale, anche se, probabilmente perché era in particolar modo intento a spiegarsi e a scoprire le cause e le dinamiche psicopatologiche, questa forma di esistenza viene concepita all'interno di un processo patologico. In “Totem e tabù” infatti scrive che “ La nevrosi è caratterizzata dal porre la realtà psichica al di sopra della realtà di fatto, di reagire ai pensieri con la stessa serietà con cui gli uomini normali reagiscono soltanto di fronte ai fatti reali", e nell' "Introduzione alla psicoanalisi" (lez. 23: formazione del sintomo) afferma: "Resta il fatto che l'ammalato si è creato tali fantasie, il che ha per la sua nevrosi l'importanza di poco inferiore che se egli avesse realmente vissuto ciò che contengono le fantasie. Queste fantasie possiedono una realtà psichica in contrasto con quella materiale, e noi giungiamo a poco a poco a capire che nel mondo delle nevrosi la realtà psichica è quella determinante". Una parte cospicua di questa realtà psichica è rappresentata da quella componente strutturale chiamata super-io, che racchiude in sé i principi e gli standard morali della società così come sono stati interiorizzati dall’individuo nel corso della propria crescita personale. Al termine dello sviluppo questa istanza psichica diventerebbe una forza molto esigente e potenzialmente irrazionale, in continuo conflitto dinamico con l’io.

 

E. Fromm

Erich Fromm, che pur essendo stato freudiano per i primi dieci anni della propria carriera analitica, si allontanò poi, come era già accaduto a C.G. Jung, dalla teoria della libido, e rigettò l’etichetta di “neofreudiano”, interpreta quella dei condizionamenti e della realtà come una problematica che non riguarda unicamente una ristretta cerchia di casi psicopatologici (1968): “La consapevolezza umana risulta organizzata in diversi possibili modi e perché una qualsiasi esperienza arrivi alla consapevolezza, è necessario che essa venga ad essere colta nelle categorie in cui è organizzato il pensiero conscio. Alcune categorie come tempo e spazio possono essere universali e costituire così categorie della percezione, le quali siano comuni a tutti gli uomini. Altre categorie come quella della causalità possono costituire una categoria valida per molte, ma non per tutte le forme della percezione umana conscia.[…]Si può dire che un’esperienza, per la quale un certo linguaggio non disponga della parola giusta, raramente giunge alla consapevolezza (cfr. Sapir, 1969: "il 'mondo reale' è, in gran parte, costituito inconsciamente sulla base delle abitudini linguistiche di un gruppo"; l'uomo ha esperienze "nella larga misura in cui le ha, proprio perché le abitudini linguistiche della sua comunità lo predispongono a certe scelte interpretative").[…] Differenze di coniugazione [di un verbo] esprimono una differenza del modo di avere esperienze.[…] Il secondo aspetto del filtro che rende possibile la consapevolezza, è costituito dalla logica. Fintanto che una persona viva in una cultura, nella quale la correttezza della logica aristotelica non venga posta in dubbio, le risulta estremamente difficile, se non impossibile, diventare consapevole di esperienze che contraddicono la logica aristotelica.[…] Un eccellente esempio è fornito dal concetto di ambivalenza di Freud, che afferma la possibilità che si possa provare nel medesimo tempo odio e amore per la stessa persona.[…] Il terzo aspetto del filtro è costituito, a prescindere dalla logica e dal linguaggio, dal contenuto delle esperienze. Ogni società impedisce che certi pensieri e sentimenti possano essere pensati, sentiti, espressi.[…] In aggiunta ai tabù sociali, esistono elaborazioni particolari di essi, che sono differenti da famiglia a famiglia.[…] L’inconscio è l’uomo per intero, meno quella parte dell’uomo che corrisponde alla società di cui fa parte.”

Fromm pertanto può essere considerato un paladino e un custode dell’umanesimo, e si rende perfettamente conto di quanto possa essere ardua l’impresa di un progetto di eliminazione, a livello del sociale, di tutti quegli ostacoli che restringono e paralizzano la libertà dell’individuo, a causa dei massicci condizionamenti operati dalla struttura socio-culturale. Ritiene però che nel setting, nel rapporto col paziente, l’analista, che ha il vantaggio di essere stato a sua volta analizzato e si presume abbia preso coscienza del suo inconscio individuale e sociale, debba rifuggire dall’uso di modalità di comportamento e di comunicazione non autentiche ed alienate, per non riproporne al paziente i modelli sociali patogeni. Bion, riguardo al ruolo dei condizionamenti mentali nello psicoanalista, sottolinea (1967) l’importanza di affrontare il materiale del paziente in ogni incontro senza idee preconcette riguardo alle dinamiche del paziente medesimo e senza particolari desideri nei confronti di quanto portato in analisi. E’ presente più di un’analogia con quanto affermato allo stesso proposito da Schlesinger (1994) che però, almeno sul piano linguistico, tradisce il concetto di autenticità di Fromm: il terapeuta dovrebbe avere cura che il raccontarsi del paziente mantenga un significato aperto partecipando con “ingenuità coltivata o studiata innocenza”.